TRA CUCCHI E AUSCHWITZ, L’ITALIA

Immagina di essere nel mezzo della seconda guerra mondiale e immagina di essere ebreo. Le SS ti prelevano e ti portano all’interno di un campo di concentramento dove vieni picchiato violentemente, vieni torturato. Le percosse sono state così forti che stai per morire. Nell’ambulatorio del campo non ti viene prestato alcun soccorso. Dopo pochi giorni viene constatata la tua morte. Ai tuoi familiari, alla tua gente, dicono che nessuno ne è responsabile. I segni della violenza che hai subito sono evidenti, ma qualcuno sosterrà che sei morto per caso, magari per vecchiaia anche se hai più o meno trent’anni. Che importanza ha? Dopotutto siamo in un territorio in cui non esistono diritti, non esiste giustizia, un territorio in cui le prove vengono cancellate, un territorio in cui non esistono colpevoli.

Adesso smetti di immaginare. Sei in Italia, è l’anno 2009 e avviene qualcosa di molto simile. La vittima è un ragazzo. È il tuo fidanzato o tuo figlio o tuo fratello. La vittima è il tuo migliore amico. La vittima è chiunque. I segni sul suo corpo sono evidenti, ma non ci sono responsabili sentenzia quella che ci siamo abituati a chiamare Giustizia.

Al processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi sono stati tutti assolti: i poliziotti che l’hanno pestato, i medici e gli infermieri che avrebbero dovuto curarlo, tutti assolti per mancanza di prove.

La sentenza lascia sconvolti e la sensazione diffusa pare lo sconforto al cospetto del sopruso: in un Paese in cui si applaudono gli assassini di Federico Aldrovandi, in cui non esiste il reato di tortura, in cui le forze dell’ordine non sono obbligate a mostrare un codice identificativo, non ci stupiamo.

Non ci sorprende che il Sap, sindacato di polizia, dichiari che Stefano sia morto a causa della sua vita dissoluta: dato che si fumava le canne non poteva finire diversamente.

Il quotidiano Il Manifesto ha titolato, a proposito della sentenza, “NESSUNO È STATO”, come se lo Stato si fosse ritirato e avesse abdicato alle proprie responsabilità. Non siamo d’accordo: il mandante delle manganellate, degli abusi, dei tanti casi Cucchi, è proprio lo Stato che utilizza sfacciatamente polizia e carabinieri per mantenere l’ordine stabilito dal grande capitale, e avalla la violenza di parte per proteggere sé stesso. La strategia è la stessa da anni, senza alcuna differenza tra governi più o meno conservatori, ultimo quello a guida renziana.

Non si può dissentire con il jobs act, con le scellerate riforme della Costituzione, con i diktat della UE: chi lo fa viene bastonato o perseguito dalla magistratura.

In un Paese in cui le parole Democrazia e Diritto avessero un senso, tutto ciò non sarebbe ammissibile. Invece non si può manifestare, protestare. Il nostro diritto alla partecipazione politica si riduce al voto: atto di democrazia solo formale, se svuotato della sostanza, la co-partecipazione e corresponsabilità nelle scelte politiche.

Il 4 Novembre si festeggiano le forze armate. Napolitano, Renzi e i suoi ministri, saranno tutti in fila ad applaudire la parata armata. Applaudiranno i difensori del loro arrogante privilegio. Applaudiranno gli stessi che pestano e ammazzano.

Chiederanno anche i nostri applausi. Noi, al contrario, sentiremo il dovere morale di vergognarci di loro, perché ci pare non ci sia nulla da festeggiare e tutto da cambiare.

Pina Zechini e Marco Martucci

http://altrepozzanghere.com/

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